Stile, sostenibilità ed etica: intervista al fondatore di Fair Enough Roberto Tortia

Roberto Tortia, fondatore della startup Fair Enough, in un primo piano in bianco e nero
Roberto Tortia, fondatore della startup Fair Enough

Abbigliamento sostenibile, impatto al quadrato”: è questo il motto di Fair Enough, startup torinese che unisce sostenibilità ambientale e responsabilità sociale producendo abbigliamento etico e di qualità. Utilizzando cotone biologico e materiali riciclati, offre opportunità di inserimento lavorativo a lavoro a donne e uomini sottoposti a limitazione della libertà personale, contribuendo sia alla riduzione delle emissioni di CO₂ sia al loro reinserimento sociale. Dal 2019, Fair Enough ha già coinvolto persone detenute per più di 9mila ore lavorate, permettendo di risparmiare anche 83 tonnellate di CO₂ grazie all’uso di materiali sostenibili. Il brand si distingue per la volontà di creare un impatto positivo non solo sull’ambiente, ma anche sulle persone, promuovendo un modello di business responsabile.

A rendere possibile tutto questo è il fondatore Roberto Tortia, da sempre impegnato nel volontariato e nell’attivismo: laureato in economia, ha maturato esperienze nel mondo del sociale e dell’impresa, sviluppando un’iniziativa che unisce etica e business. Questo background lo ha portato a creare un’impresa che coniuga sostenibilità e inclusione, dando vita a un progetto che non solo riduce l’impatto ambientale, ma offre nuove opportunità di riscatto a persone fragili. Grazie alla sua visione imprenditoriale e sociale, Fair Enough si sta affermando come un punto di riferimento nel settore dell’abbigliamento sostenibile, dimostrando come sia possibile fare impresa in modo responsabile.

In occasione del terzo appuntamento con le nostre interviste a startup e associati di Réseau Entreprendre Piemonte, Tortia si è soffermato su diversi aspetti legati alla propria visione imprenditoriale.

Partiamo, come sempre, con la domanda preparata per lei dal precedente intervistato: il CEO di Graziadio & C. Luca Rigazzi. Quando ha avuto la sua idea imprenditoriale, quali sviluppi si è immaginato per la sua futura azienda?

Non ho problemi a definire Fair Enough una startup anomala e atipica, poiché non segue le logiche tradizionali di crescita rapida e lineare tipiche di molte startup. Il nostro approccio si concentra su un mercato diverso e più piccolo, con l’obiettivo di strutturarci in modo sostenibile nel lungo periodo.

Com’è nata e di cosa si occupa la sua azienda?

Fair Enough è nata dalla volontà di creare qualcosa di bello per gli altri, generando valore anche per il territorio attraverso le scelte che facciamo ogni giorno quando apriamo il guardaroba e l’impatto che ne deriva. Dopo aver conosciuto ragazzi già attivi in questo settore, ho capito che la cosa poteva diventare una vera e propria attività imprenditoriale: il percorso è stato graduale, ma con il tempo siamo cresciuti diventando un’impresa sociale, un pallino che avevo da tempo grazie alla mia passione per le imprese in generale, per l’attivismo e per l’associazionismo.

Oggi ci occupiamo principalmente di realizzare abbigliamento sostenibile rivolgendoci sia ad organizzazioni che a persone, aiutandole a essere responsabili attraverso la scelta di materiali ecologici come cotone organico, riciclato e biologico. Il tutto coinvolgendo le persone detenute nei processi produttivi, mentre le aziende possono valutare il proprio impatto ambientale e sociale sia grazie al calcolo della CO2 risparmiata che grazie al calcolo delle ore di lavoro.

Cos’è per lei una startup?

Anche se esistono diverse declinazioni, basti pensare alle differenze tra il mercato americano e quello italiano, una startup è un’azienda che nasce per essere piccola ma punta a crescere rapidamente. Personalmente, mi ritrovo nella definizione che vede le startup come imprese che cercano di soddisfare bisogni ed esigenze in modo alternativo e innovativo.

Che valore porta la sua azienda sul mercato e alle persone?

Fair Enough aiuta le persone a fare scelte responsabili quando acquistano capi di abbigliamento per se stessi o per le loro organizzazioni. I nostri prodotti riducono l’impatto ambientale diminuendo le emissioni di CO2 e sostengono l’economia carceraria, un tema poco discusso ma di grande importanza sociale.

Quanto sono importanti le relazioni nella creazione di una startup?

Le relazioni sono fondamentali. All’inizio non ne ero pienamente consapevole, ma con il tempo ho capito quanto sia importante avere una rete di contatti e collaborazioni. Altre persone e organizzazioni come Réseau Entreprendre Piemonte mi stanno aiutando ad ampliare questa rete.

In un settore dominato dalla fast fashion e dal greenwashing, cosa significa essere davvero sostenibili nel 2025?

Essere sostenibili significa curare la qualità del prodotto, perché un capo che dura di più è meno impattante sull’ambiente. Inoltre, è fondamentale ricercare materiali ecologici e garantire salari equi ai lavoratori. Un ulteriore aspetto di complessità può interessare il target dell’azienda: nell’ambito del B2B, infatti, occorrerebbe trovare incentivi per spingere i rivenditori ad acquistare abbigliamento sostenibile, mentre nel B2C sarebbe essenziale ridurre il numero di collezioni per evitare sprechi sensibilizzando il consumatore finale.

Perché avete scelto di includere lavorativamente persone detenute?

Per noi, impatto ambientale e sociale vanno di pari passo. I nostri prodotti sono certificati e rispettano sia l’ambiente sia le condizioni lavorative dei detenuti, che partecipano al processo di confezionamento e personalizzazione dei capi ricevendo un salario equo. Gli studi dimostrano che, grazie all’inserimento lavorativo, il tasso di recidiva si riduce dal 70% al 90%, generando un impatto sociale concreto e duraturo.

Com’è lavorare con loro?

È un’esperienza positiva perché, oltre alla consapevolezza di contribuire al loro reinserimento nella società, nel tempo ho avuto la possibilità di entrare in contatto con diverse storie di crescita e cambiamento. Tuttavia, non nego di aver incontrato qualche momento di difficoltà legato ai vissuti personali dei detenuti, che a volte causano ritardi o errori nelle consegne; ad ogni modo, noi affrontiamo tutto con la massima trasparenza comunicando eventuali problemi ai clienti, che generalmente comprendono la situazione.

Ha una storia di riscatto che si sente di raccontare?

Abbiamo persone che hanno imparato un mestiere in carcere e, una volta usciti, hanno continuato a lavorare con noi perché si sono trovati particolarmente bene. Alcuni sono ancora oggi impiegati nella cooperativa, dimostrando che il reinserimento è possibile.

Quali sono gli aspetti positivi e negativi di fare l’imprenditore alla sua età?

A 28 anni si ha più libertà, fame, energia e grinta. A rendere il percorso più impegnativo, però, è la mancanza di esperienza nell’affrontare alcune situazioni nuove o impreviste.

Cosa significa essere uno startupper in Italia?

Dipende dall’interlocutore: alcuni vedono gli startupper come “strani”, come “mosche” bianche e per questo si tende ad andare con il freno a mano tirato; altri invece, apprezzano la nostra ambizione. A Torino, e più in generale in Italia, fortunatamente c’è molta sensibilità verso il nostro settore di riferimento; grazie ad un tessuto fatto prevalentemente di piccole e medie imprese, inoltre, c’è una forte propensione alla collaborazione, a fare rete, ad aiutarsi e a condividere.

Qual è il valore di Réseau che più la rappresenta?

La reciprocità, attraverso la possibilità di ricevere un aiuto concreto con l’impegno di restituirlo in futuro. Réseau mi ha permesso di uscire dal mio guscio e comprendere l’importanza delle relazioni.

Perché consiglierebbe Réseau a una startup?

Per il supporto concreto e senza secondi fini che offre, dalla redazione del business plan al supporto operativo. Quando ci sono delle difficoltà è utile e positivo poter contare sull’aiuto e sulla grande competenza del team e dei mentor.

Come vede, tra vent’anni, se stesso, la sua azienda e il mondo?

Mi vedo ancora all’interno Fair Enough, che nel frattempo sarà cresciuta e avrà un impatto più ampio, non solo nel settore fashion ma anche nella formazione, nella sensibilizzazione e nell’educazione; mi piace pensare ad un brand riconoscibile che racchiude valori più che prodotti. Il mondo affronterà sfide come il cambiamento climatico e le migrazioni economiche, ma la tecnologia potrebbe aiutarci a trovare soluzioni sostenibili garantendo prosperità alla popolazione mondiale.

Qual è il suo più grande obiettivo personale per il futuro?

Visto che sto facendo un lavoro decisamente totalizzante, il mio obiettivo è quello di esserne felice e soddisfatto, ma anche di riuscire a mantenere un buon equilibrio tra vita professionale e personale.

Da chi o da cosa trae ispirazione?

Dalle biografie di persone di successo: tra tutti scelgo l’amministratore delegato di Yoox Federico Marchetti e la fondatrice del negozio San Carlo di Torino Giorgina Siviero, in cui mi rivedo. A loro aggiungo il responsabile della nostra cooperativa partner Gian Luca Boggia, che ritengo uno dei miei primi mentori.

Nella prossima intervista coinvolgeremo Daniele Conti di SynDiag: cosa vorrebbe chiedergli?

Vorrei sapere se ha incontrato resistenze nel proporre percorsi di formazione per medici esperti e come ha gestito questa sfida.